A marzo 2020 abbiamo dovuto fare i conti con una pandemia che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, come mai prima d’ora. Gli effetti per il Paese sono stati devastanti per tutto il comparto economico; l’incertezza dei mercati ha causato un crollo finanziario vertiginoso, imprese di qualsiasi natura e dimensione hanno dovuto modificare la struttura dei rispettivi business e l’effetto domino non si è fatto attendere. Le persone hanno affrontato una privazione della propria libertà personale, per giusta causa, imposta dal lockdown e dalle misure di sicurezza a tutela della salute pubblica e personale. Solamente le grandi guerre del 20esimo secolo avevano portato a misure tanto significative da condizionare la libertà privata dell’individuo, mai scalfita in tal modo. 

Molteplici sono gli eventi storici che hanno avuto riscontri disastrosi a livello globale, come ad esempio la crisi finanziaria del 2008, ma oggi, è in atto un cambiamento epocale. Infatti l’altra faccia della medaglia che sta proiettando il Paese verso il ventunesimo secolo, in termini di digitalizzazione, è la trasformazione digitale. La pandemia non ha fatto altro che accelerare il processo, scoprendo lacune e limiti strutturali da affrontare nell’immediato per colmare il gap che ci divide dalle nazioni Europee. L’Italia infatti figura al ventiquattresimo posto sui 28 paesi dell’area Schengen coinvolti in un rapporto dell’OCSE sulla alfabetizzazione digitale. La conseguenza è stata un ridimensionamento forzato delle strutture organizzative delle aziende, costrette a adoperare la metodologia di lavoro smart. Il passaggio fondamentale consiste nel comprendere la possibilità di combinare il lavoro tradizionale e lo smart working, considerato un elemento estraneo e poco produttivo nell’immaginario collettivo. 

La percezione, emersa dall’intervista ai microfoni di Radio Next di Luciano Floridi, professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, è una tensione tra il vecchio lavoro tradizionale e l’inesplorato smart working. L’avversione alla tecnologia è ancora radicata nella cultura del paese e si manifesta con la mancanza di voglia di sperimentare e provare a digitalizzare i processi interni; ad esempio negli ultimi anni sono state create svariate piattaforme per le aziende B2B per snellire e facilitare i processi di vendita che faticano a prosperare a beneficio del mantenimento dei vecchi rapporti di vendita tradizionale in presenza.

I periodi di cambiamenti storici danno l’opportunità alle aziende di provare a creare nuove soluzioni, accettando l’errore come parte integrante del processo che ha bisogno di essere iterativo. Le aziende hanno in parte recepito il messaggio perchè spesso le soluzioni adoperate sono fallaci e poco utili in una visione strategica di lungo periodo; rendere il business leggermente più sostenibile o digitalizzato con delle politiche deboli non è il giusto modus operandi ma soltanto un rimedio momentaneo illusorio. Luciano Floridi sostiene che oggi non si può prescindere dal verde della sostenibilità e dal blu della digitalizzazione, identificando, attraverso questi colori, il connubio perfetto per i futuri business. Qualità, intelligenza e digitale sono i tre elementi che formano la triade ideale per strutturare una visione del futuro corretta, base di partenza per il ragionamento strategico di coloro che hanno potere decisionale. 

Nonostante l’analisi degli scenari sia fondamentale in tutti i campi (finanziario, medico etc), oggi possiamo azzardare delle semplici previsioni, oppure, abbiamo l’opportunità di scrivere la storia, provando a recitare un ruolo da protagonisti e non da semplici spettatori, nel costruire il nostro futuro.

È possibile ascoltare il podcast completo sull’App e sul sito di Radio 24

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